L’utilizzo dei farmaci in psichiatria sta ritrovando negli ultimi anni una dimensione medica, con tutte le relative conseguenze; come per qualsiasi altra branca specialistica l’uso dei farmaci diventa oggetto di attento monitoraggio e di valutazione rispetto al rapporto rischio/beneficio. Sembra finalmente superato il termine di “psicofarmaco”, fonte di confusione e di stigmatizzazione, a specchio di una nuova cultura che considera gli antidepressivi, i neurolettici o qualsiasi altra classe di farmaci utilizzata in psichiatria alla pari di qualsiasi classe di farmaci comunemente utilizzati in medicina. Ciò dovrebbe porre fine all’uso indiscriminato dei farmaci, ad associazioni più o meno validate dal punto di vista scientifico, a politerapie ingiustificate, a prescrizioni sine die e senza nessun monitoraggio. Per il medico ciò si traduce nella imperativa necessità di una conoscenza più approfondita non solo delle molecole di propria pertinenza, bensì di tutti i farmaci con cui tali molecole si trovano ad interagire nel momento in cui vengono prescritte nella pratica corrente. Si rende pertanto necessario acquisire un metodo di lavoro che indirizzi il clinico ad una prassi operativa capace di monitorare il paziente per tutto l’arco temporale in cui assume la terapia; ciò prevedendo un monitoraggio basale iniziale che consenta successivamente la possibilità di una corretta e periodica verifica rispetto a possibili insorgenze di effetti collaterali. |